mercoledì 6 febbraio 2013

Il libro sul comodino#5: Il corpo umano di Paolo Giordano

Scrivo questo post a notte fonda. Ho appena spento il mio Kindle dopo aver terminato "Il corpo umano", divorato durante ore di insonnia e brevi minuti di pausa.
Non ho letto "La solitudine dei numeri primi" e non sapevo cosa aspettarmi dalla prosa di questo autore italiano, elogiato da alcuni e disprezzato da altri.
Non amo particolarmente la narrativa italiana e non c'è nessun autore, ad oggi, che mi abbia suscitato con le parole emozioni così forti da farmi desiderare di leggere altri suoi scritti. Sarò prevenuta, sicuramente, eppure leggere sulla copertina un nome italiano è per me un punto a sfavore del romanzo, anche se ha una bella trama, un'attraente copertina ed un prezzo accessibile. Nonostante ciò, la prima volta che ho visto questo libro, ha attirato da subito la mia attenzione.






Il volto del soldato, con il suo basco sul capo, che ai più sembra cadere floscio e scomposto, mentre è rigido e posizionato con precisione millimetrica, con la sua espressione a metà tra l'indifferente, il coraggioso ed il terrorizzato, e poi quelle braccia che lo avvolgono decise a non lasciarlo andare ma consapevoli di doverlo fare, consapevoli del dolore che quella lontananza provocherà e del pericolo che dovrà affrontare... Tutto questo mi ha come ipnotizzata. Ho letto la trama e deciso che sarebbe stato mio e che lo avrei letto nonostante sapessi che sarebbe stata una grande sofferenza.
E non mi sbagliavo. Ogni singola pagina del romanzo di Giordano mi ha scosso come una foglia al vento. Durante la lettura ho pianto e singhiozzato, ho tremato, sono rabbrividita, mi sono incazzata e, in generale, ho sofferto. Tanto.

Le sue parole sono talmente realistiche, talmente prive di ogni forzato abbruttimento, che sembra di essere lì, in Gulistan, nella provincia di Farah, Afghanistan occidentale, teatro reale della morte di uno dei nostri ragazzi, Michele Silvestri, ucciso da un colpo di mortaio, in quella che dai talebani è considerata una via di fuga importantissima, un corridoio indispensabile per il traffico di uomini, armi e oppio.

"La valle delle rose", eppure, così come viene descritto nel romanzo, non c'è nulla di poetico o floreale in una distesa sconfinata di sabbia e rocce, dove un ordigno rudimentale può nascondersi sotto ogni singola irregolarità del terreno.
Non c'è nulla di poetico nella fob, in cui si stabilisce il plotone denominato Charlie, ancora sabbia, circondata da mura, esposta impietosamente agli attacchi dei talebani.

E poi ci sono loro, i corpi, i ragazzi che per motivi diversi hanno intrapreso questa missione, noncuranti del pericolo oppure consapevoli ma coraggiosi o consapevoli e terrorizzati. Ragazzi che hanno lasciato in Italia famiglie, situazioni e sentimenti diversi. Ragazzi che si saranno ripetuti allo sfinimento nella loro testa "sono solo sei mesi".

C'è il tenente Egitto, ufficiale medico, ortopedico, che partendo spera di allontanarsi dal dolore per quella famiglia ormai spezzata anni prima, che cerca di fare i conti con le sue paure a suon di psicofarmaci e che sente addosso tutta la mediocrità della sua vita da secondogenito.

C'è Ietri, che lascia una mamma già vedova, alla quale è molto legato, suo malgrado, e che parte quasi inconsapevole di ciò che lo aspetta, ma con un borsone pieno di aspettative e preservativi. Non vuole più essere "la verginella" e spera che da quella missione tornerà diverso.

C'è il maresciallo René, a capo della squadra, che parte con il macigno di dover prendere una decisione, con il peso di dover decidere della vita di un'altra persona, suo figlio, portato in grembo quasi per miracolo da Rosanna. Dilaniato dai sensi di colpa per una decisione che crede di aver preso e dalla responsabilità delle vite di quei ragazzi.

C'è Torsu, lo sfigato, quello costretto a letto dalla dissenteria e dalla febbre, il sardo che passa il tempo chattando con Tersicore89, la ragazza che non ha mai visto e verso la quale prova un interesse sempre maggiore.

C'è il caporalmaggiore scelto Cederna, uno dei personaggi che ho odiato di più nella mia vita da lettrice. Lui è l'egocentrico, l'egoista, colui che crede di essere Rambo e si atteggia e si equipaggia come tale. Colui che possiede le cose e le persone, compreso Ietri, con il quale instaura un rapporto di quasi asservimento, e Agnese, la sua fidanzata.

C'è il caporalmaggiore Mitrano, vittima costante delle angherie disumane di Cederna.

C'è Zampieri, con i suoi ricci biondi ed il seno prorompente, di cui Ietri si invaghisce sin dalla prima guardia insieme. Viene indicata come "la lesbica" perchè è un soldato e perchè secondo Cederna è brutta, nonostante le tette.

C'è il caporalmaggiore Camporesi, sposato e con un bimbo, Gabriele, che mostra evidenti problemi comportamentali per l'assenza del padre. Salvo è innamoratissimo di sua moglie e non perde occasione per dirglielo, nonostante lei soffra terribilmente per la sua lontananza e non perde occasione per rinfacciarglielo.

E poi c'è Di Salvo, che vede l'Afghanistan come un'enorme distesa di erba pura, con la quale si sballa fino alla perdita dei sensi.

Giordano traccia abilmente il ritratto di questi ragazzi, mostrandoli per come sono con pregi e difetti, descrivendoli nella straordinaria quotidianità di una missione che li cambierà per sempre, in bene e in male.
Mi è piaciuto molto come l'autore utilizzi un linguaggio tecnico e specifico senza far sentire il lettore impreparato o fuori luogo, senza mai cadere in un eccessivo "militarese" (io poi ero avvantaggiata in realtà, considerando che quando non sapevo cosa fosse una cosa, lo chedevo al mio fidanzato).

Nonostante non mi è sembrato che Giordano abbia voluto rincarare la dose, rendendo gli eventi narrati peggiori di quello che nella realtà possano essere, leggere questa storia mi ha provocato un profondo turbamento ed una sofferenza non indifferente.

Ho vissuto il dolore del distacco nel 2006, per poco, per fortuna; so cosa vuol dire slacciare le braccia da quel corpo e circondare il proprio nella speranza di vederlo ritornare. Giornate passate con la televisione accesa 24 ore su 24, nell'attesa dell'ora della telefonata o dell'ora di msn, in cui se la rete ci accompagnava, potevo vedere per pochi secondi il volto del mio fidanzato. L'insoddisfazione e la frustrazione di non potere avere notizie precise, di non sapere i reali spostamenti e di non conoscere l'effettivo pericolo. Domande che si limitavano a "come stai?", "hai mangiato?" e nella testa centinaia e centinai di punti interrogativi che rimanevano inespressi.

Leggere "Il corpo umano" mi ha fatto oltrepassare la linea e mi ha fatta ritrovare "dall'altra parte", senza preavviso, senza preparazione, disarmata. Ho camminato incerta e appesantita come un Lince su una distesa di sabbia che cela un campo minato.

Lacrime vere e lacrime di circostanza, famiglie distrutte, tricolore tetro sul mogano lucido, inno che risuona come una marcia funebre, medaglie mai appuntate, parole piene di nulla, comprensione inutile e cuori muti, spenti da rombi assordanti.

Consiglio questo libro a tutti, ma lo consiglio soprattutto a coloro che spesso chiamano questi ragazzi "mercenari" e che vedono nelle loro partenze solo un modo "facile" per guadagnare. Lo consiglio a chi dice "sapevano che sarebbero potuti morire" e non si rendono conto che sì, muoiono veramente e se non muoiono l'unica rendita sicura è il dolore, la paura, il sapore della sabbia.

Recensione presente anche sul blog BooksLand, ne "L'angolo di Miki".

Descrizione del libro (da Amazon)

12 ottobre 2012


È un plotone di giovani ragazzi quello comandato dal maresciallo Antonio René. L'ultimo arrivato, il caporalmaggiore Roberto Ietri, ha appena vent'anni e si sente inesperto in tutto. Per lui, come per molti altri, la missione in Afghanistan è la prima grande prova della vita. Al momento di partire, i protagonisti non sanno ancora che il luogo a cui verranno destinati è uno dei più pericolosi di tutta l'area del conflitto: la forward operating base (fob) Ice, nel distretto del Gulistan, "un recinto di sabbia esposto alle avversità", dove non c'è niente, soltanto polvere, dove la luce del giorno è così forte da provocare la congiuntivite e la notte non si possono accendere le luci per non attirare i colpi di mortaio. Ad attenderli laggiù, c'è il tenente medico Alessandro Egitto. È rimasto in Afghanistan, all'interno di quella precaria "bolla di sicurezza", di sua volontà, per sfuggire a una situazione privata che considera più pericolosa della guerra combattuta con le armi da fuoco. Sfiniti dal caldo, dalla noia e dal timore per una minaccia che appare ogni giorno più irreale, i soldati ricostruiscono dentro la fob la vita che conoscono, approfondiscono le amicizie e i contrasti. In un romanzo corale, che alterna spensieratezza e dramma, Giordano delinea con precisione i contorni delle "nuove guerre". E, nel farlo, ci svela l'esistenza di altri conflitti, ancora più sfuggenti ma non meno insidiosi: quelli familiari, quelli affettivi e quelli sanguinosi e interminabili contro se stessi.

L'autore


Paolo Giordano è nato a Torino nel 1982. Con il suo primo romanzo, La solitudine dei numeri primi (2008), pubblicato in oltre quaranta paesi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti, fra cui il Premio Strega e il Premio Campiello Opera Prima. Collabora con il “Corriere della Sera” e “Vanity Fair”.



Dettagli prodotto


  • Rilegato: 309 pagine
  • Editore: Mondadori (12 ottobre 2012)
  • Collana: Scrittori italiani e stranieri
  • Lingua: Italiano
  • ISBN-10: 8804616253
  • ISBN-13: 978-8804616252
Prezzo: 19,00€
Prezzo Amazon: 16,15€ (ebook: 9,99) 

Avete letto questo libro? Vi è piaciuto? Pensate di leggerlo?

Alla prossima,

 

martedì 5 febbraio 2013

Le letture del mese#1: Gennaio

Buongiorno a tutti!
Procede bene la settimana? Io sono sommersa dalle carte e mi piacerebbe avere un bel po' di tempo extra per dedicarmi di più alle mie passioni, tra cui la lettura.

A Gennaio, in realtà, ho avuto modo di leggere un bel po', soprattutto per le notti insonni causa-gastrite, che mi costringevano a stare praticamente seduta sul letto. Quale occasione migliore per leggere?

Così ho pensato di raggruppare i libri che mi hanno accompagnata in questo primo mese del 2013 in un unico post, con una breve descrizione della trama, tratta da Amazon, ed il mio giudizio personale, sperando che possa interessare a qualcuno e che possiate trovare dei buoni consigli.

Piccola premessa: dei cinque libri che ho letto, i primi quattro sono in versione eBook, che leggo sul mio adoratissimo Kindle.
 So che ci sono molte persone scettiche riguardo a lui, in molti dicono che non è la stessa cosa, che la carta è la carta e che la pagina, l'odore ecc ecc sono un'altra cosa. Sono d'accordo solo in parte. Per me un libro è per prima cosa ciò che racconta, le parole, e quelle sono uguali sia sulla pagina che sullo schermo di un eReader, inoltre, se riflettiamo un attimo, la carta, la pagina, non sono state sempre costituenti di una storia. C'è stato un tempo in cui si incideva la pietra, poi c'era la tavoletta di argilla, i manoscritti che consentivano di leggere ad un numero ristrettissimo di persone, poi è arrivata la stampa e la lettura è diventata sempre più volgare. Ed ora c'è il Kindle, che, a mio parere, rende molto più "facile" leggere, per vari motivi, uno tra tutti non congelarsi le mani l'inverno! Inoltre, quando si legge da tanti, molti anni, arriva un momento in cui, be'... lo spazio ha un limite, ed io quel limite l'ho superato da un pezzo!

Detto ciò, partiamo con le letture...

- L'isola dell'amore proibito di Tracey Garvis Graves (Titolo originale: On The Island: A Novel)


Mi ha incuriosita molto questo libro, quando, alla Mondadori di Milano, sia la zia mia che la mia adorata Paoletta, lo hanno acquistato, attratte da una bella copertina e da una trama che prometteva una storia interessante.

 L'acqua cristallina lambisce dolcemente i suoi piedi nudi. Anna apre gli occhi all'improvviso e davanti le si apre la distesa sconfinata di un mare dalle mille sfumature, dal turchese allo smeraldo più intenso. Intorno, una spiaggia di un bianco accecante, ombreggiata da palme frondose. Le dita della ragazza stringono ancora spasmodicamente la mano di TJ, disteso accanto a lei, esausto dopo averla trascinata fino alla riva. Anna non ricorda niente di quello che è successo, solo il viaggio in aereo, il fondale blu che si avvicina troppo velocemente e gli occhi impauriti di TJ, il ragazzo di sedici anni a cui dovrebbe dare ripetizioni per tutta l'estate. Un lavoro inaspettato, ma chi rifiuterebbe una vacanza retribuita alle Maldive? E poi Anna, insegnante trentenne, è partita per un disperato bisogno di fuga da una relazione che non sembra andare da nessuna parte. Ma adesso la loro vita passata non è più importante. Anna e TJ sono naufraghi e l'isola è deserta. La priorità è quella di sopravvivere fino ai soccorsi. I giorni diventano settimane, poi mesi e infine anni. L'isola sembra un paradiso, eppure è anche piena di pericoli. I due devono imparare a lottare insieme per la vita. Ma per Anna la sfida più grande è quella di vivere accanto a un ragazzo che sta diventando un uomo. Perché quella che all'inizio era solo un'amicizia innocente, attimo dopo attimo si trasforma in un'attrazione potente che li lega sempre più indissolubilmente.

Inutile dire che, come al solito, il titolo italiano non c'entra assolutamente nulla con il senso del romanzo, che non vuole catturare l'attenzione con la scontata storia d'amore tra una donna più grande ed un ragazzo, ma si propone di mettere in risalto come, in una situazione estrema, due persone diverse riescano a venirsi incontro, ad aiutarsi, a fidarsi l'una dell'altra, fino ad arrivare al punto di non poter immaginare la propria vita senza quella presenza.

 Voto: 4/5

- La compagna di scuola di Madeleine Wickham


Confesso che non amo particolarmente i romanzi della Kinsella pubblicati con il suo vero nome, li trovo meno ironici, meno pungenti e interessanti. Per fortuna che non sono poi tutti pessimi come "La signora dei funerali".
 Una caratteristica comune è che si tratta di romanzi più corali, che si propongono di trattare i legami, siano essi amorosi, amichevoli, familiari, mettendone in evidenza forza e debolezza.

 "La compagna di scuola" ha come protagonista assoluto il tema dell'apparenza e la Wickham pone l'attenzione su come essa possa influenzare le persone condizionandone, appunto, i legami.

Si può essere amiche per la pelle senza mai rivelarsi completamente, ma anzi celando una parte essenziale di sé? E quello che succede a Maggie, Roxanne e Candice. Più o meno coetanee, le tre amiche lavorano in un'importante rivista di Londra e sono molto legate. Il loro rapporto si fonda su un rito irrinunciabile: una volta al mese si ritrovano al Manhattan Bar dove, tra un cocktail e l'altro, si confrontano in un frizzante teatrino di chiacchiere e confidenze. Ma dietro le apparenze - Maggie, Roxanne e Candice sembrano davvero realizzate, così padrone di sé nel lavoro e nel privato - ognuna di loro recita in qualche modo una parte, nascondendo alle altre aspetti importanti della propria vita

Non mi è dispiaciuto ma preferisco di gran lunga la "solita" Kinsella.

Voto: 3/4

- La figlia dei ricordi di Sarah McCoy






Lo ammetto, è una mia grande debolezza: sono attratta dalle belle copertine e, quando ho visto questo libro alla Mondadori a Milano, ho deciso che lo avrei letto. Ho cominciato a farlo senza nemmeno leggere la trama e mi sono venuti i brividi quando ho realizzato che il periodo in cui "è caduta" questa lettura, tra il 24 ed il 29 Gennaio, era lo stesso periodo trattato nel libro e le parole di Sarah McCoy hanno fatto da cornice alle immagini che si sono susseguite in tv per La giornata della Memoria.

Garmisch, Germania, inverno 1944. È un anello di fidanzamento, quello che un ufficiale nazista ha appena messo al dito della giovane Elsie. Un anello che potrebbe cancellare l'amaro sapore della guerra, regalando a lei e alla sua famiglia il sogno di una vita in cui l'aria profuma di biscotti allo zenzero e di serenità. Invece, d'un tratto, Elsie si ritrova a guardare negli occhi la realtà: un bambino ebreo si presenta alla sua porta e la implora di salvarlo, di nasconderlo. E lei lo aiuta... El Paso, Texas, oggi. È un anello di fidanzamento, quello che Reba non ha il coraggio d'indossare. A darglielo è stato Riki, un uomo che la ama senza riserve, nonostante le sue asprezze. Eppure Reba esita: prigioniera di angosce e inquietudini radicate nel profondo, sa che la sua armatura di donna realizzata potrebbe frantumarsi da un momento all'altro. E ha paura... Elsie e Reba non potrebbero essere più diverse, ma il destino ha voluto far incrociare le loro strade, come se l'una non potesse proseguire senza l'altra. Per Elsie, parlare con Reba significherà ripercorrere le vicende che l'hanno portata dalla Germania agli Stati Uniti, ricordare tutto ciò che la guerra le ha brutalmente strappato e infine perdonare se stessa. Per Reba, confidarsi con Elsie significherà accendere la luce della verità, ascoltare la voce del cuore e accettare che la speranza possa nascere anche dal dolore. Per entrambe, l'amicizia che le lega darà loro il coraggio di sconfiggere i fantasmi del passato...

Un delizioso intreccio tra passato e presente, tra i profumi di una grigia panetteria tedesca, che affronta le ristrettezze della guerra, e quelli di un forno del Texas, gestito dalla vecchia Elsie, dove le stesse ricette, arricchite dall'esperienza, dalla tranquillità e dall'unione della famiglia, deliziano il palato di tante persone tra cui Reba, che, come tutti, deve fare i conti con i fantasmi del suo passato e con l'ombra di suo padre.
Una bellissima storia d'amore, di amicizia, di dolore e sacrificio, in cui la morte è un po' il filo conduttore ed il legame tra i protagonisti, che intraprendono il difficile cammino della conoscenza di loro stessi.
Un solo consiglio: preparate i fazzoletti.

Voto: 4/5

- Non ti addormentare di S.J. Watson


Ho voluto leggere questo libro dalla prima volta che ho letto la trama, forse quasi un anno fa. Si tratta di quel genere di storia che ti tiene incollata alle parole con il fiato sospeso, mentre la testa si figura centinaia di possibili scenari e di possibili epiloghi.

Ogni mattina Christine si sveglia senza ricordi. Non sa a chi appartenga la casa in cui si trova, l'uomo che le dorme accanto le è totalmente estraneo, e anche il suo viso, riflesso nello specchio del bagno, non solo non le è familiare, ma le sembra molto meno giovane di quanto secondo lei dovrebbe essere. È suo marito a darle quotidianamente le coordinate della sua vita, a spiegarle chi è lui, chi è lei, e che cosa le è successo anni prima, un incidente che ha modificato radicalmente la sua vita, privandola dei ricordi e costringendola a ricominciare ogni giorno in un difficile apprendimento dell'esistere. Ma Ben le dice tutto? E se è così, perché non le ha parlato del dottor Nash, un giovane neuropsichiatra deciso a studiare il suo caso, con cui Christine si incontra di tanto in tanto e che la spinge a tenere un diario? E perché su una pagina di questo diario Christine ha scritto "non fidarti di Ben"? Giorno dopo giorno, con l'aiuto del dottor Nash, lampi di memoria attraversano la mente di Christine, tessere baluginanti di un mosaico che fatica a ricomporsi nella sua interezza e che, con il passare del tempo, le sembra sempre più minaccioso e inquietante. Finché dal passato emergerà il vero pericolo, quello che senza che lei ne sia consapevole si è appropriato della sua vita.

Non aggiungo altro. Da leggere!

Voto: 4/5

- Favole di Victoria Francés


Victoria Francés è un'illustratrice spagnola che adoro tanto che quando il mio fidanzato mi ha comprato l'edizione integrale di "Favole", ho passato giorni a rimirarlo, senza sfogliarlo davvero, per paura che si sciupasse.
Non si tratta di un romanzo nel senso stretto della parola, ma le brevi storie, dall'atmosfera gotica ed evanescente, si intrecciano alle splendide illustrazioni che rapiscono lo sguardo.

Voto: 5/5

E con questo è tutto.
Avete letto qualcuno di questi libri? Vi sono piaciuti?
Quali sono state le vostre letture del mese di Gennaio?
Su su, che la mia wishlist è ansiosa di allungarsi!

Buona serata


lunedì 4 febbraio 2013

Ritratto di Signora#16: Elizabeth Blackwell

Buongiorno a tutti!



Dopo un mese di pausa eccoci finalmente con la rubrica "Ritratto di Signora", di cui trovate gli articoli precedenti nell'apposita voce del menu del blog.

Oggi sono particolarmente emozionata nel presentarvi l'articolo in quanto è toccato proprio a me scriverlo e spero vivamente che vi piaccia.
Non mi dilungo oltre e vi auguro buona lettura!



Questo ritratto è nato quasi per caso ed è lontano anni luce dall’idea iniziale che ho coltivato per il post di questo mese. Purtroppo, per vari motivi, quell’idea non ha potuto prendere corpo, così, a pochi giorni dall’appuntamento con la rubrica, mi sono ritrovata senza spunti e senza articolo.
Grazie ad un suggerimento di Monica, ho cominciato ad informarmi ed a buttare giù qualche riga, ma non stava venendo fuori nulla di decente, nulla che sentissi mio.

 Come spesso accade, l’illuminazione mi ha colta mentre ero intenta a fare tutt’altro, così, stringendo in mano un vecchissimo diario, datato 2002, ho capito all’istante di chi volevo parlare. Si tratta di un’agenda che mi è stata regalata una sera dal mio fidanzato. Ero stata attratta dalla copertina e dalle delicate illustrazioni contenute all’interno, che, con linee morbide e delicati toni pastello, ogni mese, raffiguravano un personaggio femminile importante . Grazie a quell’agenda ho conosciuto la vita di Florence Nightingale, Grazia Deledda, Maria Goretti , Marie Curie e molte altre.

 Leggere queste storie fa comprendere come spesso, per alcune donne, realizzare un sogno, seguire un’inclinazione, coltivare una passione si sia tradotto in lottare, in scontrarsi contro le tradizioni, contro la “morale”, abbattere mura di ostilità e scavalcare ostacoli insormontabili. Solo per essere chi volevano essere.

 Oggi non è poi così difficile realizzare un sogno. Molti dicono “basta volerlo” ma non credo sia sufficiente. Una cosa è certa: un impegno costante, la passione, l’interesse vivo ed un po’ di “buona sorte” possono farci raggiungere tutti i nostri obiettivi. E allora c’è la bambina che sogna di fare la maestra e si iscrive alla Facoltà di Lettere, di Matematica, di Storia e Filosofia, la ragazzina che vuole fare l’avvocato e si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza e la bambina che sogna di essere un medico e di guarire le persone “così potranno vivere per sempre” e allora passa l’estate a studiare ed a compilare quiz su quiz per affrontare il terribile test d’ingresso e alla fine ce la fa, riesce ad intraprendere quel percorso che potrebbe farle realizzare il suo sogno, iscrivendosi alla Facoltà di Medicina e Chirurgia.

 Nonostante non sia e non sembri una cosa facile, di certo è poca cosa in confronto a ciò che ha dovuto affrontare Elizabeth Blackwell, prima donna medico della storia.

 Conosco perfettamente la vita di Maria Montessori, prima donna ad essersi laureata in Medicina in Italia, ma non conoscevo la storia di Elizabeth.

 Nata a Bristol nel 1821, si trasferisce negli Stati Uniti assieme alla famiglia per volere del padre che muore pochi anni dopo. Appena diciassettenne, orfana e con otto fratelli, Elizabeth si trova costretta ad allontanarsi dai propri cari per intraprendere il lavoro di insegnante nel Kentucky. Solo nel 1845, a 24 anni, quando ormai i fratelli e le sorelle possono provvedere a loro stessi grazie a remunerative occupazioni, comincia a chiedersi quale sia il suo scopo, cosa voglia fare della sua vita. 

 È un’amica malata che le suggerisce di intraprendere il cammino per diventare un medico, come scopriamo leggendo queste poche righe dalla sua autobiografia “Pioneer work in opening the medical profession to women”:

« Hai passione per lo studio, tempo libero e godi di buona salute;
perché non studiare medicina?
Se fossi stata curata da una dottoressa,
non avrei patito le peggiori sofferenze »
(Capitolo II, Earning money for medical study)

 Essere un medico è una possibilità che non ha mai nemmeno sfiorato la testa di Elizabeth eppure si ritrova  a pensarci seriamente, cominciando a desiderare di indossare quel camice bianco.

« Elizabeth, non ha neanche senso provarci.
Non potrai mai essere ammessa a queste scuole.
Dovresti andare a Parigi e travestirti da ragazzo
per guadagnare la conoscenza necessaria »
(Dr. J. Warrington. Capitolo II, Earning money for medical study)

 Ogni ostacolo che Elizabeth incontra non fa altro che ingigantire il suo desiderio, che ormai sta cominciando ad assumere sempre di più l’aspetto di una lotta morale. 

 Ciò che la disturba più di ogni altra cosa è che il termine “dottoressa” venga accostato alle donne che in questo periodo praticano l’aborto, in particolar modo Madame Restell, la prima aborzionista operante a New York.
 Sul tema dell'aborto la posizione della Blackwell è molto chiara: totale indignazione ed intransigenza. 
Stiamo sempre parlando della prima metà dell’800, e credo che una posizione del genere da parte di una donna sia più che comprensibile:

« La perversione ed il disprezzo della maternità da parte dell'aborzionista
mi riempie di indignazione, e risveglia in me un attivo antagonismo.
Che l'onorevole appellativo di 'dottoressa'
debba essere accostato esclusivamente a queste donne[...] mi fa orrore!" »

 Fino al 1847, Elizabeth si concentra sull’obiettivo di guadagnare il denaro necessario per intraprendere gli studi. Il periodo trascorso nel North Carolina è molto piacevole per lei: insegna musica in un istituto e la domenica insegna a leggere e a scrivere agli schiavi. Ogni attimo del suo tempo libero è impegnato nella lettura di testi di medicina , grazie anche al contributo di un ex medico ora direttore della scuola in cui lavora.

 Numerosi sono i rifiuti che riceve a seguito delle sue domande di iscrizione, spesso accompagnati da parole dure che fanno riflettere non poco sulla “posizione” che doveva avere la donna a quei tempi: 

« Dovresti convincerti che, come credo anch'io,
la donna sia stata inventata per essere il braccio destro dell'uomo
[...] e che quindi sia naturale che gli uomini siano dottori
e le donne infermiere. »

 Ciò non scoraggia minimamente Elizabeth che trae dal veleno di queste parole la linfa che le permette di scontrarsi contro questo mondo chiuso e sprezzante.




 Finalmente, il 20 Ottobre del 1847, a 26 anni, viene ammessa dal Geneva Medical Institute di New York.

 La lettera di ammissione è accompagnata dalle toccanti parole del presidente di facoltà Charles Lee:

« Non ci sono dubbi circa il fatto che tu possa, grazie ad un comportamento giudizioso,
non solo far ricredere gli scettici, ma anche elevare te stessa senza nulla togliere alla dignità della professione.
Ti auguro di avere successo nella tua impresa..." »

Comincia per Elizabeth un percorso difficile, una lunga strada in salita fatta di studio, solitudine, derisione e intolleranza. È  fastidioso che sia presente durante le lezioni di anatomia, è irritante che negli esami si classifichi prima dei suoi colleghi maschi, ma nonostante ciò riesce a far apprezzare le sue doti e ad entrare a far parte veramente di un mondo che fino a questo momento è stato esclusivamente maschile, come dimostrano le parole di suo fratello Henry, presente il giorno della laurea di Elizabeth:

« ...Lei è stata in grado di dimostrare che il più solido intelletto, la pazienza e la perseveranza più ostinata sono compatibili
con le più dolci caratteristiche femminili di delicatezza e grazia,
a tutti gli studenti che hanno dimostrato applaudendo con decisione una loro concorrente. »

 In questa lettera alla madre, Henry descrive la chiesa presbiteriana di Geneva gremita di gente, dai giornalisti alle donne della città, curiose ma soprattutto orgogliose. Elizabeth viene chiamata per ultima ed il suo diploma è accompagnato da parole di stima da parte di compagni e professori e sentite congratulazioni.

 Dopo la laurea, la dottoressa Blackwell fa ritorno nella sua amata Inghilterra, a Londra, in cui scopre che, nonostante l’accoglienza entusiastica, non c’è posto per lei negli ospedali, nessuno la vuole accanto come collega.

 Si trasferisce a Parigi dove riesce finalmente a praticare la professione presso l’istituto La Maternité, una scuola di formazione per ostetriche e, nonostante non si tratti di un vero e proprio ospedale, qui Elizabeth vive la corsia ed il contatto con le pazienti.

 Questa e altre esperienze, inclusa una deludente al St. Bartholomew’s Hospital di Londra, la riportano a New York , dove viene a conoscenza della nascita del Women's Movement Right a Worcester, verso il quale Elizabeth esprime tutto il suo sostegno:


« Il grande tema dell'Educazione non ha niente a che fare
con i diritti delle donne, o quelli degli uomini, ma con
la crescita dell'animo e del corpo umano»


  Anche la sorella Emily intraprende lo stesso percorso, laureandosi in medicina e trasferendosi in Europa per fare le stesse esperienze di Elizabeth. Quando le due si ricongiungono, aprono il primo ospedale, nonché college femminile, condotto interamente da donne, il New York Infirmary for Women and Children. 

 Nonostante entrambe siano convinte che ragazzi e ragazze dovrebbero intraprendere assieme questo tipo di studi, la realtà rende indispensabile tale passo, considerando che i college rimanevano un’esclusiva maschile.
 
 Solo nel 1859, il suo paese, l’Inghilterra, le riconosce il suo ruolo, consentendole l’iscrizione nell’albo. Dieci anni dopo, Elizabeth decide di tornare definitivamente a Londra, dove accetta una cattedra di ginecologia alla London School of Medicine for Women. 

 Il preoccupante diffondersi delle malattie veneree, in questo periodo, fa riconoscere ad Elizabeth la necessità di fornire un'adeguata educazione sessuale per arginare il fenomeno e a tal proposito compone il saggio The Moral Education of the Young, considered under Medical and Social Aspects, che viene pubblicato nonostante una simile opera, per giunta scritta da mani femminili, sia ritenuta inopportuna e sconveniente. Anche in questo frangente Elizabeth si dimostra caparbia e rivoluzionaria, sconvolgendo non poco l’ambiente scientifico e la società in generale.

 “Il libro si conclude con parole di speranza verso un futuro in cui donne e uomini possano alla pari occuparsi della Vita, per renderla migliore, per liberarla progressivamente da ogni male.
Il sogno di Elizabeth Blackwell, anche attraverso le sue battaglie, può oggi considerarsi in gran parte realizzato, e le sue parole, quasi utopistiche allora, non sembrano descrivere una realtà lontana dalla nostra:

« Lo studio della natura umana da parte delle donne così come degli uomini
porterebbe alla nascita di una nuova era di speranza e intelligente cooperazione tra i due sessi,
e solo attraverso questa, un reale progresso può essere raggiunto ed assicurato. »”

 Spero che questo elenco di notizie biografiche non vi abbia annoiato, ho cercato di riportare le più significative, ritenendole tappe fondamentali della realizzazione di un sogno che a quei tempi era letteralmente impossibile. 

 Donne come Elizabeth, con la loro forza, la loro caparbietà, la loro passione e le loro idee, condivisibili o meno, hanno spianato la strada a tutte quelle ragazze che come loro hanno un sogno e la voglia di raggiungere un obiettivo.

 A quei tempi la più “alta” occupazione a cui una ragazza poteva aspirare era fare l’insegnante o l’istitutrice, in attesa di un buon matrimonio che le garantisse una vita sicura e tranquilla. Rompere questo schema ed imporsi in un ambiente ostile, riuscendo non solo a raggiungere il proprio scopo ma riuscendo anche a farsi apprezzare da coloro che inizialmente avevano precluso ogni possibilità di farne parte, rende, ai miei occhi, questa donna degna di ammirazione ed è per questo e per il fatto che condividiamo lo stesso sogno che ho voluto tracciarne il ritratto, sperando che anche voi come me abbiate percepito in queste righe la sua prorompente forza e determinazione.

Grazie.

Miki.
 



Assieme a MikiInThePinkLand ed a BooksLand, i blog che partecipano a questa iniziativa sono:

- The Pauper Fashionist
- Stasera cucino io
- Mr Ink. Diario di una dipendenza
- Franci lettrice sognatrice

Vi consiglio di passare a dare un'occhiata perchè in ognuno di essi troverete qualcosa di interessante e particolare.

Se avete consigli, se volete unirvi a questa "redazione" o semplicemente consigliare un soggetto, potete contattare me all'indirizzo imaginary82@hotmail.it oppure Monica all'indirizzo moki418@hotmail.it

Al prossimo mese con un altro ritratto,


sabato 2 febbraio 2013

Un po' di shopping coi saldi!

Buongiorno e buon sabato a tutti!
Qui il cielo è grigio e triste e c'è un'umidità allucinante e la mia mente inevitabilmente corre a due sabati fa, quando a quest'ora ero già circondata dal calore di alcune tra le persone più importanti della mia vita.

Uff...

Post breve oggi per mostrarvi un paio di acquisti fatti domenica scorsa, di cui vado particolarmente fiera.
Non sono il tipo che aspetta i saldi per comprare qualcosa ma mi piace scovare delle belle occasioni, quando capita, come in questo caso.

All'Auchan della mia zona, c'è un negozio di scarpe, Tata, che ha intrapreso la terza fase dei saldi, con sconti pazzeschi e scarpe e stivali a 10€.

Dopo aver provato mezzo negozio, l'occhio è caduto su un tipo di stivali molto particolari, che mi piacciono da quando ho intravisto quel genere di modello la prima volta un paio di anni fa:

Il prezzo era di 59,90€ e li ho pagati 10. Un vero affarone.

Eccoli indossati:



Da Zara invece, nel caos di vestiti buttati come se fossero pezze vecchie, ho intravisto questo vestitino che avevo già adocchiato quando, prima di Natale, stavo cercando qualcosa di carino:


Era in saldo a 14,99€ e lo avrei preso ad occhi chiusi per Pasqua. Fortuna che invece gli occhi ce li avevo ben aperti perchè tutti e dico tutti i vestiti di questo tipo erano insozzati letteralmente di fondotinta, rossetto e anche mascara! Le donne sanno essere zozzone in maniera allucinante!
Indispettita e senza la minima intenzione di prendere un vestito sporco per poi portarlo in lavanderia, ho continuato a cercare e ne ho trovato un altro molto ma molto carino, allo stesso prezzo:

Visto così, ovviamente, non è nulla di che, ma indossato è bellissimo, sottolinea il punto vita e la gonna cade morbida arrivando a metà coscia.




Mi piace molto il dettaglio in ecopelle che si abbina meravigliosamente agli stivali e alla cinturina che ho deciso di indossare sopra:


Oggi, probabilmente, mi aspetta un altro giretto per negozi, chissà se troverò altre occasioni simili!

E voi? Vi state dando alla pazza gioia con i saldi? Che avete comprato?

Buon fine settimana e alla prossima